Chi firmò il Trattato di Maastricht e le sue conseguenze (nefaste) sull'Italia
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| Maastricht |
La parte formale del Trattato portava dodici firme di capi di Stato europei e ben sei erano di Re, Regine e un Granduca, quello del Lussemburgo. Pochi ci fanno caso ma in Europa ci sono ancora ben cinque monarchie. Per l’Italia la firma era quella di Cossiga, allora ancora Presidente della Repubblica.
La parte politica/attuativa del Trattato era stata invece firmata dal ministro dell’Economia Guido Carli, ultraliberista e sostenitore del “vincolo esterno” e dal ministro degli Esteri De Michelis.
Dal cilindro del dopo elezioni dell’aprile 1992, sbucò fuori Giuliano Amato e in autunno venne varata la prima Legge Finanziaria “lacrime e sangue”, e lo fu proprio all’insegna del rispetto dei parametri di Maastricht: rapporto deficit/PIL al 3%, rapporto debito/PIL al 60%.
Venivano fissati alcuni paletti , i “parametri” senza alcun riferimento all’economia concreta; per esempio quello del tutto arbitrario del 3% come limite del rapporto tra deficit pubblico annuale e PIL, oppure il 60% di percentuale-obiettivo per il rapporto tra debito pubblico complessivo e PIL.
In nome di parametri fantasiosi e casuali e della lotta contro l’inflazione, dogmi indiscussi del Trattato di Maastricht, in Italia venne avviata una spaventosa ondata di privatizzazione dell’industria, delle banche, dei servizi strategici.
Venne abolita la scala mobile e bloccati i salari. Furono introdotte due imposte sulle abitazioni , l’Ici strutturale e l’Ici straordinaria, vennero prelevati forzosamente soldi dai conti correnti dei cittadini, il tutto per rastrellare soldi e tagli da gettare nella fornace del pagamento del debito pubblico. Il debito pubblico italiano all’epoca del Trattato di Maastricht era del 105,5% e l’inflazione era al 5,4%.
Dopo trenta anni l’Italia si ritrova un debito pubblico al 134,8% pre-pandemia (2019) salito al 154,8% nel 2021, e adesso anche una inflazione al 5%. Le misure adottate in base al Trattato di Maastricht sprofondarono l’Italia in una recessione per 18 mesi consecutivi tra il 1992 e il 1993, il PIL crollò a -23%, ben peggio che con la pandemia di Covid. Per avere un termine di raffronto va sottolineato che nel 2020, secondo l’Istat, il PIL è crollato “solo” del -8,9%.
Tra il 1992 e il 1993 prese corpo la “concertazione” tra governo, Confindustria e Cgil Cisl Uil; una prassi istituzionalizzata che in questi decenni ha cementificato lo scambio tra conferimento di un “ruolo politico” ai sindacati “complici” e il sostanziale blocco della crescita salariale al di sotto dei tassi di inflazione, tramite il meccanismo truffaldino dell’inflazione programmata”, sempre inferiore a quella reale.
Ma nei trenta anni dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht la società e il Paese hanno pagato un costo sociale enorme e, alla luce dei fatti, senza risultati. Al contrario, dal 1992 l’Italia è entrata in una fase di regressione sociale complessiva dalla quale non è mai uscita e di cui l’Unione Europea porta gran parte delle responsabilità.
24 settembre 2023
Il Grillo Parlante

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